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Camminare da soli, scegliere davvero

L’ultimo sentiero dell’anno lo percorro sempre da solo. Non è una tradizione deliberata, ma una necessità che si ripresenta. Succede quando il calendario si assottiglia, le giornate si accorciano e il bisogno di silenzio diventa più chiaro di qualsiasi proposito. C’è un momento, tra Natale e Capodanno, in cui il rumore delle feste si smorza e resta solo il fiato corto della salita, il rumore degli scarponi sulla terra ghiacciata, il vuoto attorno.

Camminare da soli non è una fuga. È una sospensione. Un modo per togliere peso alle voci esterne e restare con ciò che rimane quando nessuno osserva, commenta, consiglia. Sul sentiero, senza testimoni, ogni passo diventa una scelta elementare: proseguire, fermarsi, cambiare direzione. Nulla di eroico, nulla di definitivo. Eppure, in quella semplicità, si chiarisce qualcosa che nella vita quotidiana spesso resta confuso.

Il peso delle scelte rimandate

A fine anno portiamo tutti un elenco non scritto. Non parlo dei buoni propositi, ma di quelle decisioni che abbiamo aggirato per mesi. Quella telefonata mai fatta. Quel progetto lasciato a metà. Quella relazione da chiarire. Quella porta da chiudere o da riaprire. Tendiamo a credere che il tempo risolva le cose, ma il tempo si limita a spostarle più avanti. E quando l’anno finisce, ci accorgiamo che alcune scelte sono rimaste lì, sospese, in attesa che qualcuno, noi stessi, le prenda in mano.

Camminare da soli mette a fuoco questo meccanismo. Sul sentiero non ci sono scorciatoie emotive, non c’è modo di delegare a qualcun altro il ritmo o la direzione. Ogni bivio ti obbliga a decidere: sinistra o destra, salire ancora o fermarsi qui. Sono decisioni piccole, ma allenano a qualcosa di più grande. Ricordano che scegliere non significa stravolgere tutto, ma spesso confermare con lucidità ciò che conta davvero.

La solitudine che chiarisce

La solitudine in cammino non ha nulla di romantico. Non promette rivelazioni improvvise né risposte ordinate. A volte è scomoda, a volte è noiosa. Ma è onesta. Toglie il rumore di fondo e lascia emergere il ritmo reale con cui ci muoviamo nel mondo. È lì che capisci se stai andando avanti per convinzione o per inerzia. Se quella strada che percorri da anni è ancora la tua, o se la stai seguendo solo perché ormai sai dove porta.

Nel camminare da soli cambia anche il modo di guardare. Non c’è bisogno di commentare il paesaggio, né di condividerlo. Il bosco diventa una presenza, non uno sfondo. Il sentiero non è più una linea da seguire, ma una sequenza di decisioni minime: dove mettere il piede, quando rallentare, quando aggirare un ostacolo invece di affrontarlo. È un allenamento silenzioso alla responsabilità vera, quella che non cerca approvazione.

Mi è capitato, più di una volta, di arrivare a un bivio e scegliere non la salita più bella, ma quella che in quel momento sentivo necessaria. Non per sfida, non per merito. Semplicemente perché il corpo chiedeva fatica e la testa chiedeva chiarezza. In cima, dopo due ore di salita in silenzio, non c’era nessuna epifania. Solo una stanchezza pulita e la sensazione di aver rimesso in ordine qualcosa che si era inclinato.

Tornare agli altri con meno confusione

La solitudine non separa dagli altri. Al contrario, chiarisce il modo in cui torneremo a stare con loro. Dopo una camminata solitaria, le relazioni appaiono meno confuse. Si parla meno per riempire e più per dire. Si ascolta meglio. Si accetta che non tutto debba essere compreso subito. Il tempo passato da soli non impoverisce il legame, lo rende più netto.

C’è una differenza sostanziale tra isolamento e solitudine scelta. Il primo ti chiude, la seconda ti ricentra. Quando torni dal sentiero, non sei più disponibile a tutto. Sai meglio a cosa dire sì e cosa lasciare andare. Questo vale nelle amicizie, nel lavoro, nelle relazioni. Non si tratta di diventare più duri, ma più chiari. E la chiarezza, a lungo andare, è una forma di generosità.

Rinunciare senza rimpianti

Camminare da soli insegna anche a rinunciare. A non imboccare ogni deviazione. A lasciare un tratto per un’altra volta. Non tutto va fatto ora, non tutto va vissuto insieme, non tutto va spiegato. Alcune esperienze servono solo a mettere ordine, non a essere raccontate.

È una lezione difficile, soprattutto a fine anno, quando siamo bombardati dall’idea che dobbiamo chiudere i conti con tutto. Ma non funziona così. Alcune cose restano aperte. Alcuni sentieri non li percorreremo mai. Alcune persone rimarranno nella zona grigia dei rapporti mai del tutto risolti. E va bene così. La maturità non sta nel chiudere tutto, ma nel saper distinguere ciò che merita ancora energia da ciò che possiamo lasciare andare senza rancore.

Il 31 dicembre non è un confine

Alla fine del percorso, quando il sentiero torna a incrociare strade più battute, qualcosa resta. Non una lezione. Non una morale. Resta un senso di direzione più sobrio. La consapevolezza che scegliere non significa sempre cambiare tutto, ma spesso confermare ciò che conta davvero.

Il 31 dicembre è solo una data. Un confine arbitrario su un calendario. Ma è anche una buona occasione per ricordare che, come in montagna, nella vita non esiste un unico modo di andare avanti. Esistono passi. Esistono soste. Esistono tratti da percorrere da soli, senza fretta e senza testimoni.

E forse è proprio questo che serve, prima di voltare pagina. Non un elenco di promesse, ma un momento di silenzio in cui sentire dove stiamo davvero andando. Non per cambiare rotta a ogni costo, ma per essere sicuri che la strada che stiamo percorrendo sia ancora nostra.

È lì che si sceglie davvero.

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